Di Andrea Ricci.

“Maggese è una pratica agricola, svolta nel mese di maggio, consistente nel fare una serie di lavorazioni su un terreno povero tenuto a riposo allo scopo di prepararlo a una successiva coltivazione di cereali: mettere un terreno a maggese. Anche il complesso dei lavori necessari per tale pratica”.
Quando decisi di lasciare la mia famiglia e i miei amici per trasferirmi in Nuova Zelanda non spiegai i motivi o i progetti che avevo in mente. Non avrebbero capito, non mi avrebbero appoggiato ed inoltre ho usato il verbo “lasciare” perché “scappare” mi sembra troppo forte, ma di poco lontano dalla realtà.
Presi coscienza della mia volontà il giorno del mio trentacinquesimo Natale, il periodo più finto dell’anno. Tutto è plastica in quel momento dai regali ai sentimenti. Solo i bicchieri pieni e rotti sono di sottilissimo vetro per chi ha ancora voglia di lavare qualcosa. Eravamo seduti in modo casuale, maglioni caldi e pance piene, qualcuno raccontava altri ascoltavano e poi c’ero io. Io guardavo fuori, attento a sorridere il giusto e ad intervenire in modo appropriato: non troppo casuale e non troppo fuori luogo, per mascherare la mia non partecipazione e il mio totale desiderio di trovarmi altrove. È in quei casi che occorre la consulenza di quelle persone che riescono a dare consigli solamente quando non glieli chiedi, parlando di altro riescono a tirarti allo stomaco risposte illuminanti. Sgattaiolai via, fuori, in strada con il freddo che mi mangiava le mani e il cappello che dava sollievo alle mie tempie fredde, ma che non poteva nulla per i pensieri. Avrei indossato anche una sciarpa se non fosse che non sono mai stato capace di farlo. Giravo le mani intorno al collo senza capire se fosse un tentativo di suicidio o di auto abbracciarmi, per questo quando stavo in mezzo alla gente dicevo che non avevo freddo al collo. Non cercavo nulla in particolare, magari una scusa o un bar dove non conoscevo nessuno, così finii a parlare di agricoltura intensiva e disboscamento sostenibile con due imperfetti sconosciuti in una piazza del centro completamente deserta. Il primo era un neozelandese in erasmus, parlava un perfetto italiano gesticolando con le mani e un discreto turpiloquio, l’altro sui settanta era un contadino pentito che avevo deciso di trasferirsi in città, perché le sigarette costavano troppo e aveva il bisogno di sporcarsi i polmoni e confondere le orecchie <<…perché a me, questa natura da salvare per forza mi ha stufato!>>. Fu quella frase che mi ha fatto accostare a loro e senza presentarmi m’infilai in mezzo. Si limitarono ad allargare il cerchio con un passo laterale e a cercare la mia approvazione con lo sguardo mentre parlavano.
Era un valzer di inglesismi e bestemmie dove si difendeva e si attaccava la natura senza risparmiare l’agricoltura e alla fine tirarono in mezzo anche me. <<Non si possono mangiare le zucchine a dicembre>>. Rincarai la dose, ottenendo l’approvazione oltreoceano. <<Siete giovani, non sapete cosa vuole dire sudare per mangiare e di quanto sia bassa la terra. Facile fare i fighetti ecologisti con la giacca e il gel in testa. Andate nei campi, non in piazza. Fanculo la natura, io ho dato, ora voglio godermi il degrado, buttare cartacce a terra e comperare un macchina che sia almeno cinquemila benzina. Fate voi>>. Non era intenzionato, il settantenne, a cedere alle sue convinzione, lasciando tuttavia uno spazio alla manovra da parte degli altri.
Ma poi, in un momento di assoluta lucidità, il contadino pentito si sedette su una panchina e iniziò a parlare; iniziò il consiglio. <<Parlate così tanto che nel frattempo l’Amazzonia ha perso il 10% dei suoi alberi e magari sono morte due specie di farfalle e qualche centinaio di gatti. Tu, addirittura hai fatto quattordici ore di aereo per protestare con un vecchio stanco in una piazza e tu, non so da dove vieni, ma è un freddo cane e sei senza sciarpa, non dovresti essere intelligente. Sicuri che la natura vada salvata per gente come voi?>>. Io rimasi in silenzio avendo capito tutto, l’extracomunitario forse aveva perso qualche passaggio e provava a parlare ancora, ma la sua tesi a questo punto era così debole che bastò uno sguardo per farlo tacere. Poi l’ex contadino riprese <<Serve che ci fermiamo, che ricominciamo. Che tutti facciamo un passo indietro. Dobbiamo riposare e fare. Dobbiamo metterci a maggese. Io ora vado, ho voglia di stare solo, fumare e guardare la televisione, in bocca al lupo>>.
Rimasi per un po’ a parlare con il neozelandese, mi disse che a maggio sarebbe tornato a casa e che sicuro sarebbe servita una mano per salvaguardare la natura e che in me vedeva un difensore dello sviluppo sostenibile ed inoltre in Nuova Zelanda non sarebbe servita la sciarpa. Accettai. Lo feci a cuor leggero, senza sapere perché, senza che me ne fregasse nulla della natura, dei boschi e delle zucchine. Accettati perché l’idea di tornare ad un altro natale mi faceva sentire male. Accettai perché nel frattempo ero andato a veder cosa significasse “maggese” e mi sembrava quello di cui avevo bisogno.
Non esiste problema tanto grande o situazione tanto complicato dalla quale non si possa fuggire e se poi lo si fa con la scusa della salvaguardia della natura, tutto è molto più figo.
